Caro pino romano, minuscolo sia pino che romano,
vengo a te con questa mia per scusarmi anche a nome delle querce e del sindaco. Dopo secoli di onorata carriera botanica e musicale, alla fine è arrivata la resa dei conti pure per te. Non so se già sai, ma intanto l’abbiamo saputo noi, che questo casino della neve a Roma è pure colpa tua. Che non ci sei abituato e non hai retto.
Peccato. Perché mentre ancora resta insoluto l’interrogativo di ”come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati” intanto avevamo accertato che “i pini di Roma la vita non li spezza”. E invece la neve si. Vi piega, vi spezza, vi fa cadere sulle macchine, vi mette di traverso e poi i poveri sindaci sono costretti a prendere le pale, mettersi il pile e farsi il giro di tutte le televisioni. Peccato, davvero. Perché, per dire, uno con voi c’è diventato addirittura Ottorino Respighi. Peccato, si. Perchè “le bombe delle sei non fanno male” e invece voi ne fate e pure parecchio: non siete abituati al peso della neve. E cadete, intasate, intralciate, danneggiate.
Pino, mi spiace: è che però con questa storia della neve Roma, più che Capoccia, sta a scapoccià. A partire, appunto, dalla capoccia. Per la quale non siamo neanche più a “maturità ti avessi preso prima”: è che certe capocce più stanno in alto e più pare che la maturità non l’abbiano presa mai. Capocce che bastano 30 centimetri di neve ed è “notte di lacrime e preghiere” ma soprattutto notte che la matematica non sarà mai il suo mestiere. E, per ora, manco riuscire a dire, dopo 18 ore di dirette televisive: “Scusate, non è che sono i pini che non ci sono abituati: non c’è abituato nessuno di noi, che a Roma nevica ogni 30 anni. E quando succede diventa bellissima. E le finestre so’ tanti occhi che te sembrano dì: ce dovete da’ una mano a spalà”.