“Sarà un caso, coccamia, ma a lamentarsi del matrimonio so’ sempre quelli sposati che però col cavolo che si separano”. E dunque, appurato che a volte è alla cassa del bar che si ottengono i migliori editoriali racchiusi in 20 parole, la questione del posto fisso traslato dalle scrivanie ai talami è presto detta:
i più grandi detrattori sono di norma proprio quelli che ci si annoiano comodamente dentro, guardandosi bene però, dopo essersi lamentati a più non posso, dall’afferrare una borsa, riempirla dei propri effetti personali e aprire la porta che li restituirà all’euforia della varietà.
Schiere di spenti mariti e annoiate mogli mettono in guardia l’amante di turno sulla frustrazione della monotonia e della fissità. E senza risparmio cercano di impedire ad altri di precipitare nello stesso baratro di noia: “non sposarti mai”. Salvo poi continuare a restare volontari prigionieri di ‘sta sindrome di Stoccolma pure quando i Nocs stanno tentando di sfondare la porta di casa per, finalmente, liberarli.
Il posto fisso, anche in amore, non c’è più da un pezzo. Tutt’al più, come il matrimonio, è un fortino assediato: chi sta dentro vuole uscire e chi sta fuori vuole entrare. E chevvelodicoaffà che, dopo una vita passata a cercare l’amore eterno, capita che quando finalmente lo trovi poi quello dura tre anni. Che questo pare sia il ciclo vitale. Eppure si persevera nell’errore. Un po’ per paura, spesso per pigrizia, quasi sempre perché la mancanza di alternativa è più convincente della mancanza di effervescenza.
E allora forse il punto è questo: che a metterci in guardia dalla noia e dalla monotonia è, spesso, chi non è riuscito a darsi, e a darci, la possibilità di scegliere se annoiarci o no. Detto questo: non sposatevi.